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<TEI.2>
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                <title>L'uovo di Colombo</title>

                <author>Vincenzo Cerami</author>
                <respStmt>
                    <resp>Codifica</resp>
                    <name>Lorenzo Geri</name>
                    <name>Simone Onofri</name>
                    <name>Sara Santorsa</name>
                    <name>Daniele Silvi</name>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
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            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Roma Tre. </publisher>
                <pubPlace>Roma</pubPlace>
                <date>2006</date>
            </publicationStmt>
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                <title>Digital Variants</title>
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                    <title>L'uovo di Colombo</title>
                    <author>Vincenzo Cerami</author>

                    <editor/>
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                    <date/>
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                <language id="codice">italiano</language>

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                <date>13-06-2006</date>
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                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
                <item>Codifica del racconto apparso sul Messaggero</item>
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                <head>L'uovo di Colombo</head>

                <p>Era il 1991. Si viaggiava in treno e per andare da Roma a Los Angeles si usavano
                    ancora quei bestioni a reazione che restavani in cielo per la bellezza di dodici
                    ore. Continuavano a furoreggiare vecchie caritidi come Mike Bongiorno e Pippo
                    Baudo, due fantasmi venuti dal bianco e nero. Era l'epoca dei grandi sarti:
                    Valentino, Armani, Ferré. La politica vedeva ministri in discoteca, parlamentari
                    a Malindi e comunisti a Capalbio. Nello sport e negli spot furoreggiava
                    Berlusconi, sempre circondato da belle pupattole e da sottoposto vestiti come
                    lui. Volava Senna sulla sua carcassa, Maradona era da poco scappato in
                    Argentina. La mafia continuava ad ammazzare i giudici dopo che avevano smesso di
                    farlo i terroristi, mentre a Mosca i falchi del vecchio regime tentavano il
                    colpo di Stato. Lo scrittore Salvalaggio e il critico Raboni erano conosciuti
                    solo da noi. Mentre si idolatrava (un premio a chi ne ha mai sentito parlare)
                    Italo Calvino. Intanto nei nostri mari tornarono a fiorire alghe e schiume, così
                    prezione oggi alle nostre industrie chimiche e farmaceutiche.</p>
                <p>Bei tempi passati, pieni di vitalità, d'avventura, di grandi sconvolgimenti della
                    storia. L'Italia, soffocata da una intera catena montuosa di debiti, faceva
                    parte dei sette Paesi più ricchi del mondo. Dalle frontiere sfondate entravano
                    frotte di disperati di tutti i colori. S'accampavano dove potevano mentre
                    accanto, a tutta velocità, sfrecciavano le Ferrari dei nuovi ricchi. I figli non
                    andavano di moda, nessuno li faceva più: il piacere del danaro aveva svuotato le
                    case. Si riempivano solo la sera per vedere quelle immagini pallide e un po'
                    disfatte della televisione (non c'era ancora neanche l'alta definizione). Le
                    donne lavoravano quasi tutte e gli uomini avevano ognuno due, tre lavori. Soli i
                    vecchi se ne restavano fra le quattro mura e d'estate ne morivano a grappoli
                    sulle panchine sotto casa. Giapponesi, americani, tedeschi, australiani
                    scorrazzavano in mutande da Palermo a Venezia e con le loro ciabattelle
                    solcavano le antiche strade romane e medievali. Il 1991 fu l'anno della
                    Sampdoria e di Fontana di Trevi, riportata a lucido per la gioia della Kodak.</p>
                <p>Bene, in quell'Italia felice e rubiconda viveva un omino appartato e silenzioso.
                    Nessuno lo conosceva, nessuno si curava di lui. Per strada lo urtavano tutti
                    perché non lo vedevano. Si chiamava Demetrio Trivelli. Sì proprio lui.</p>
                <p>Il suo immenso talento sbocciò proprio quell'anno. Ma ci vollero ben tre quarti
                    di secolo perché qualcuno scoprisse l'ingegno di quest'uomo che molti studenti
                    faticano ad immaginare piccolo e grigio. Quel che oggi a tutti appare come
                    l'uovo di Colombo e che a Demetrio Trivelli costò sette camicie, all'epoca era
                    assolutamente inimmaginabile, del tutto estraneo alla mente umana. Basta pensare
                    che in quei tempi lontani nessuno sapeva nemmeno perché si nasce e si muore.</p>
                <p>Forse il segreto di Demetrio Trivelli, la sua capacità di immaginare
                    l'inimmaginabile, di vedere ciò che era davanti agli occhi di ogni essere umano
                    e che tuttavia nesuno vedeva, va cercato nel suo essere più comune degli altri.
                    La natura aveva dotato il suo genio di una prerogativa che all'epoca tutto era
                    tranne che un dono: quella di assorbire fino all'ultima goccia le mitologie del
                    suo tempo. Demetrio non si difendeva da nulla, era una specie di spugna. Si
                    lasciava travolgere dalla cultura del suo tempo senza opporre mai, neanche per
                    un momento, una sua idea del mondo. Non aveva nessuna idea. Non aveva nessuna
                    immaginazione. Negli anni Novanta l'idealismo religioso e l'edonismo pagano
                    trovarono un loro punto di identificazione: la ricerca del piacere individuale
                    era cresciuto al punto da invadere l'antichissimo anelito verso la trascendenza.
                    In un certo senso il naturale richiamo all'orgasmo, che è individuale, ha
                    coinciso con la vocazione alla palingenesi mistico-religiosa che sopravviveva
                    nella cultura collettiva. Demetrio Trivelli, insomma, fu il primo uomo nel quale
                    queste due forze si concretizzarono in un'unica identità. L'emozione che provava
                    nell'acquistare un magnifico paio di scarpe s'era caricato di quella stessa <hi
                        rend="italic">pietas</hi> che un sacerdote provava nel momento di spezzare
                    l'Ostia. Con Demetrio Trivelli l'uomo ha cancellato l'eterno dualismo tra ius e
                    fas, tra bene e male, tra alto e basso. Davanti a Demetrio Trivelli si aprivano
                    orizzonti inesplorati.</p>
                <p>Un piccolissimo episodio della sua vita, che si può trovare nei <hi rend="italic"
                        >Diari</hi>, quasi sempre trascurato nella chilometrica bibliografia su
                    Demetrio Trivelli, mette a nudo questa sua particolare attitudine ad
                    identificarsi totalmente col suo tempo.</p>
                <p>Era la fine dell'estate del 1991. Esistevano all'epoca, in quasi tutto il mondo,
                    locali chiamati Mc Donald, in cui si poteva mangiare a qualsiasi ora del giorno.
                    Vi servivano polpette di carne chiamate <hi rend="italic">amburger</hi>,
                    accompagnate da patate tagliate a listelle e fritte nell'olio, il tutto condito
                    da una disgustosa pappetta rossa estratta dalle conserve di pomodoro. Demetrio
                    Trivelli quel giorno non aveva l'orologio ma era stato preso dalla fame (quanto
                    si è scritto dei suoi attacchi di bulimìa!). Entrò nel locale e vide che era
                    vuoto. Non erano dunque quelle le ore più opportune per mangiare visto che
                    nessuno lo faceva. Tuttavia era preso dai morsi della fame. Non stette troppo a
                    sottigliare, ordinò molte polpette e le divorò a grandi bocconi. Aveva deciso di
                    tradire le abitudini di tutti, di trasgredire una normalità secolare. Niente di
                    rivoluzionario, per carità, anche se a quei tempi era molto difficile soprendere
                    persone sane di mente che pranzassero la sera e cenassero la mattina. Demetrio
                    Trivelli mangiava le polpette, sotto lo sguardo indifferente degli inservienti,
                    con la coscienza tranquilla. Ma Demetrio Trivelli non sapeva che in realtà
                    quella era l'ora del pranzo e che la strada dove sorgeva il locale era
                    interrotta sia a destra che a sinistra per lavori stradali. Gli <hi
                        rend="italic">operai</hi> (si chiamavano così quelli che aggiustavano i
                    marciapiedi) l'avevano chiusa mentre lui, passeggiando pigramente lungo il
                    marciapiede, si era fermato ad ammirare, una dopo l'altra, le belle vetrine dei
                    negozi. Se non che, ingoiata l'ultima polpetta, le barriere dei lavori in corso
                    furono rimosse e d'improvviso entrarono da Mc Donald centinaia di giovani
                    affamati. Era l'ora del pranzo e quelli si misero in fila di fronte a ogni
                    inserviente per ordinare le loro polpette. Demetrio Trivelli, senza
                    accorgersene, come gli fosse tornata d'improvviso la fame, si accodò anche lui e
                    mandò giù altre porzioni di quelle polpette, che certo non dovevano essere una
                    meraviglia di bontà. Quando ebbe finito di ingozzarsi anche di queste seconde
                    polpette, si asciugò le mani con il tovagliolo di carta e fece per uscire. Ma si
                    fermò subito perché l'aver mangiato insieme con tutta quella gente gli faceva
                    venire il desiderio di fare qualcosa che gli altri non facevano: un desiderio
                    che egli stesso nel suo diario paragona a quello sessuale. Veramente lui quella
                    trasgressione l'aveva già consumata quando avevea mangiato le prime polpette in
                    solitudine, convinto di pranzare in un'ora non canonica. Ma adesso che aveva
                    capito com'erano andate veramente le cose, si rese conto di essere stato
                    illusoriamente trasgressivo perché aveva mangiato, come tutti, all'ora di
                    pranzo. Cosa fece allora? Rientrò, ordinò di nuovo altre polpette e patatine e
                    se le mangiò con grande godimento dello spirito. Adesso sì, stava facendo
                    qualcosa che agli altri neanche passava per la mente.</p>
                <p>Questo aneddoto rivela che Demetrio Trivelli aveva ingordamente abuto tutto: sia
                    la trasgressione che il conformismo. Si sentiva in pace con l'una e con l'altro.
                    E in più aveva reso felice la pancia visto che quelle strane polpette gli
                    piacevano moltissimo e ne avrebbe mangiate altrettante se in quell'epoca non
                    fosse stato vietato dalle buone maniere. Buone maniere che comunque Demetrio
                    Trivelli una volta adottava e un'altra tradiva con la medesima, quasi delirante,
                    soddisfazione. E tanta capacità di passare dal giusto all'ingiusto, dal buono al
                    cattivo, dal bello al brutto, proponeva per la prima volta sulla faccia della
                    terra un uomo a una dimensione, perfetto come un punto. Solo così si capisce
                    perché proprio Demetrio Trivelli abbia potuto fare quella sua grande,
                    fondamentale scoperta di cui oggi tutti noi godiamo senza neanche rendercene
                    conto. In fondo, a pensarci bene, Demetrio Trivelli ha scoperto la cosa più
                    ovvia del mondo.</p>
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