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<TEI.2>
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            <titleStmt>

                <title>L'uovo di Colombo</title>

                <author>Vincenzo Cerami</author>
                <respStmt>
                    <resp>Codifica</resp>
                    <name>Lorenzo Geri</name>
                    <name>Simone Onofri</name>
                    <name>Sara Santorsa</name>
                    <name>Daniele Silvi</name>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Roma Tre. </publisher>
                <pubPlace>Roma</pubPlace>
                <date>2006</date>
            </publicationStmt>
            <seriesStmt>
                <title>Digital Variants</title>
            </seriesStmt>

            <sourceDesc>
                <bibl>

                    <title>L'uovo di Colombo</title>
                    <author>Vincenzo Cerami</author>

                    <editor/>
                    <publisher/>
                    <pubPlace/>
                    <date/>
                </bibl>
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            <langUsage>
                <language id="codice">italiano</language>

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            <change>
                <date>28-04-2006</date>
                <respStmt>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
                <item>Codifica delle correzioni d'autore sul dattiloscritto (I versione)</item>
            </change>
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            <div1>
                <head>L'UOVO DI COLOMBO di Vincenzo Cerami</head>

                <p>Era il 1991. Si viaggiava in treno e per andare da Roma a Los Angeles si usavano
                    ancora quei bestioni a reazione che restavano in cielo per la bellezze di dodici
                    ore. Continuavano a furoreggiare vecchie cariatidi come Mike Bongiorno e Pippo
                    Baudo, dei fantasmi venuti dal bianco e nero. Era l'epoca dei grandi sarti:
                    Valentino, Armani, Ferré. La politica vedeva ministri in discoteca, parlamentari
                    a Malindi e comunisti a Capalbio. Nello sport e negli spot furoreggiava
                    Berlusconi, sempre circondato da belle pupattole e da sottoposti vestiti come
                    lui. Volava Senna sulla sua carcassa, Maradona era da poco scappato in
                    Argentina. La mafia continuava ad ammazzare i giudici dopo che <seg
                        rend="sottolineatura a matita">avevano smesso di farlo</seg> i terroristi,
                    mentre a Mosca i falchi del vecchio regime tentavano il colpo di Stato. Lo
                    scrittore Salvalaggio e il critico teatrale Raboni erano conosciuti solo da noi.
                    Mentre si idolatrava (un premio a chi ne ha mai sentito parlare) Italo Calvino.
                    Intanto nei nostri mari <del rend="tratto a matita">tornarono a</del> fiori<del
                        rend="lettere sovracritte a matita">re</del><add place="superlinear"
                    >vano</add> alghe e schiume, così prezise oggi alle nostre industrie chimiche e
                    farmaceutiche.</p>
                <p>Bei tempi passati, pieni di vitalità, d'avventura, di grandi sconvolgimenti della
                    storia. L'italia, soffocata da una intera catena montuosa di debiti, faceva
                    parte dei sette Paesi più ricchi del mondo. Dalle frontiere sfondate entravano
                    frotte di disperati di tutti i colori. S'accampavano dove potevano mentre
                    accanto, a tutta velocità, sfrecciavano le Ferrari dei nuovi ricchi. I figli non
                    andavano di moda, nessuno li faceva più: il piacere del danaro aveva svuotate le
                    case, Si riempivano solo la sera per vedere quelle immagini pallide e un po'
                    disfatte della televisione (non c'era neanche l'alta definizione). Le donne
                    lavoravano quasi tutte e gli uomini avevano ognuno due, tre lavori. Solo i
                    vecchi se ne restavano fra le quattro mura di casa e d'estate ne morivano a
                    grappoli sulle panchine sotto casa. Giapponesi, americani, tedeschi, australiani
                    scorrazzavano in mutande da Palermo a Venezia e con le loro ciabattelle
                    solcavano le antiche strade romane e medievali. Il 1991 fu l'anno della
                    Sampdoria e di Fontana di Trevi, riportata a lucido per la gioia della Kodak.</p>
                <p>Bene, in quell'Italia felice e rubiconda viveva un omino appartato e silenzioso.
                    Nessuno lo conosceva, nessuno si curava di lui. Per strada lo urtavano tutti
                    perché non lo vedevano. Si chiamava Demetrio Travello. Sì, proprio lui.</p>
                <p>Il suo immenso talento sbocciò proprio quell'ìanno. Ma ci vollero ben tre quarti
                    di secolo perché qualcuno scoprisse l'ingegno di quest'uomo che molti studenti
                    faticano a immaginare piccolo e grigio. Quel che oggi a tutti appare con l'uovo
                    di Colombo e che a Demetrio Trivelli costò sette camicie, all'epoca era
                    assolutamente inimmaginabile, del tutto estraneo alla mente umana. Basta pensare
                    che in quei tempi lontanti nessuno sapeva nemmeno perché si nasce e si muore.</p>
                <p>Forse il segreto di Demetrio triveli, la sua capacità di immaginare
                    l'inimmaginabile, di vedere ciò che era davanti agli occhi di <add place="left"
                        >tutti</add> ogni <del rend="tratto a matita">essere</del>
                    <add place="superlinear">creatura</add> uman<del rend="lettera sovrascritta"
                        >o</del><add place="inline">a</add> e che tuttavia nessuno vedeva, va
                    cercato nel suo essere <del rend="tratto a matita">più comune</del>
                    <add place="top">un uomo comunissimo, comune più di ogni altro</add> degli
                    altri. La natura aveva dotato il suo genio di una prerogativa che all'epoca
                    tutto era tranne che un dono: quella di assorbire fino all'ultima goccia le
                    mitologie del suo tempo. Demetrio non si difendeva da nulla, era una specie di
                    spugna. Si lasciava travolgere dalla cultura del suo tempo senza opporre mai,
                    neanche per un momento, una sua idea del mondo. Non aveva nessuna idea. Non
                    aveva nessuna immaginazione. Negli anni Novanta l'idealismo religioso e
                    l'edonismo pagàno trovarono un loro punto di identificazione: la ricerca del
                    piacere individuale era cresciuto al punto da invadere l'antichissimo anelito
                    verso la trascendenza. In un certo senso il naturale richiamo all'orgasmo, che è
                    individuale, ha coinciso con la vocazione alla palingenesi mistico-religiosa che
                    sopravviveva nella cultura collettiva. Demetrio Trivelli, insomma, fu il primo
                    uomo nel quale queste due forze si concretizzarono in un'unica identità.
                    L'emozione che provava nell'acquistare un magnifico paio di scarpe <del
                        rend="tratto a matita">s'era caricato</del>
                    <add place="right">si caricava</add> di quella stessa <hi rend="italic"
                    >pietas</hi> che un sacerdote provava nel momento di spezzare l'Ostia. Con
                    Demetrio Trivelli l'uomo <del rend="tratto a matita">ha</del> cancella<del
                        rend="lettere sovrascritte a matita">to</del><add place="superlinear"
                    >va</add> l'eterno dualismo tra ius e fas, tra bene e male, tra alto e basso.
                    Davanti a Demetrio Trivelli si aprivano orizzonti inesplorati.</p>
                <p>Un piccolissimo episodio della sua vita, che si può ritrovare nei <hi
                        rend="italic">Diari</hi>, quasi sempre trascurato nella chilometrica
                    bibliografia su Demetrio Trivelli, mette a nudo <del rend="tratto a matita"
                        >questa</del>
                    <add place="inline">la</add> sua particolare attitudine ad identificarsi
                    totalmente nel suo tempo.</p>
                <p>Era la fine dell'estate del 1991. Esistevano all'epoca, in quasi tutto il mondo,
                    locai chiamati Mc Donald in cui si poteva mangiare a qualsiasi ora del giorno.
                        <del rend="croce a matita">Vi</del>
                    <del rend="lettera sovrascritta a matita">s</del><add place="inline"
                    >S</add>ervivano polpette di carne chiamate <hi rend="italic">hamburger</hi>,
                    accompagnate da patate tagliate a listelle e fritte nell'olio, il tutto condito
                        <del rend="tratto a matita">da</del>
                    <add place="superlinear">con</add> una disgustosa pappetta rossa estratta
                        dall<del rend="lettera sovrascritta a matita">e</del><add place="inline"
                    >a</add> conserv<del rend="lettera sovrascritta a matita">e</del><add
                        place="inline">a</add> di pomodoro. Demetrio Trivelli quel giorno non aveva
                    l'orologio ma era stato preso da fame improvvisa (quanto si è scritto dei suoi
                    attacchi di bulimìa!). Entrò nel locale e vide che era vuoto. Non erano dunque
                    quelle le ore più opportune per mangiare visto che non lo faceva nessuno.
                    Tuttaiva era preso dai morsi della fame. Non stette troppo a sottigliare, ordinò
                    molte polpette e le divorò a grandi bocconi. aveva deciso <seg
                        rend="sottolineatura a matita">di tradire le abitudini di tutti,</seg> di
                    trasgredire ad una norma<del rend="tratto a matita">lità</del> secolare. Niente
                    di rivoluzionario, per carità, anche se a quei tempi era molto difficile
                    sorprendere persone sane di mente che pranzassero la sera e cenassero la
                    mattina. Demetrio Trivelli mangiava le polpette, sotto lo sguardo indifferente
                    degli inservienti, con la coscienza tranquilla. Ma Demetrio Trivelli non sapeva
                    che in realtà quella era l'ora del pranzo e che la strada dove sorgeva il locale
                    era interrotta sia a destra che a sinistra per lavori stradali. Gli <hi
                        rend="italic">operai</hi> (così si chiamavano quelli che aggiustavano i
                    marciapiedi) l'avevano chiusa mentre lui, passeggiando pigramente lungo il
                    marciapiede, si era fermato ad ammirare, una dopo l'altra, le belle vetrine dei
                    negozi. Se non che, ingoiata l'ultima polpetta, le barriere dei lavori in corso
                    furono rimosse e d'improvviso entrarono da Mc Donald <del rend="tratto a matita"
                        >centianaia e</del> centinaia di giovani affamati. Era l'ora del pranzo e
                    quelli si misero in fila di fronte a ogni inserviente per ordinare le loro
                    polpette. Demetrio Trivelli, senza nemmeno accorgersene, come gli fosse tornata
                    d'improvviso la fame, si accodò anche lui e mandò giù altre porzioni di quelle
                    polpette, che certo non dovevano essere una meraviglia di bontà. Quando ebbe
                    finito di ingozzarsi <del rend="tratto a matita">anche di queste seconde
                        polpette</del>
                    <add place="superlinear">per la seconda volta</add>, si asciugò le mani con il
                    tovagliolo di carta e fece per ucire. Ma si fermò subito perché l'aver mangiato
                    insieme con tutta quella gente gli <del rend="tratto a matita">faceva</del>
                    <add place="superlinear">fece</add>
                    <del rend="tratto a matita">venire</del>
                    <add place="superlinear">nascere</add> il desiderio di fare qualcosa che gli
                    altri non facevano: un desiderio che egli stesso nel suo diario paragona a
                    quello sessuale. Veramente lui quella trasgressione l'aveva già consumata quando
                    aveva mangiato le prime polpette in solitudine, convinto di pranzare in un'ora
                    non canonica. Ma adesso che aveva capito com'erano andate veramente le cose, si
                    rese conto di essere stato illusoriamente trasgressivo perché aveva mangiato,
                    come tutti, all'ora del pranzo. Cosa fece allora? Rientrò, ordinò di nuovo altre
                    polpette e patatine e se le mangiò con grande godimento dello spirito. Adesso
                    sì, stava facendo qualcosa che agli altri neanche passava per la mente.</p>
                <p>Questo aneddoto rivela che Demetrio Trivelli aveva ingordamente avuto tutto: sia
                    la trasgressione che il conformismo. Si sentiva in pace con l'una e con l'altro.
                    E in più aveva reso felice la pancia visto che quelle strane polpette gli
                    piacevano moltissimo e ne avrebbe mangiate altrettante se in quell'epoca non
                    fosse stato vietato dalla buone maniere. Buone maniere che comunque Demetrio
                    Trivelli una volta adottava e un'altra tradiva con la medesima, quasi delirante,
                    soddisfazione. E tanta capacità di passare dal giusto all'ingiusto, dal buono al
                    cattivo, dal bello al brutto, <seg rend="sottolineatura a matita"
                    >proponeva</seg> per la prima volta sulla faccia della terra <seg
                        rend="sottolineatura a matita">un uomo a una dimensione</seg>, perfetto come
                    un punto. Solo così si capisce perché proprio Demetrio Trivelli abbia potuto
                    fare quella sua grande, fondamentale scoperta di cui oggi noi tutti godiamo
                    senza neanche rendercene conto. In fondo, a pensarci bene, Demetrio Trivelli ha
                    scoperto la cosa più ovvia del mondo.</p>
            </div1>
        </body>
    </text>
</TEI.2>
