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                <title>L'uovo di Colombo</title>

                <author>Vincenzo Cerami</author>
                <respStmt>
                    <resp>Codifica</resp>
                    <name>Lorenzo Geri</name>
                    <name>Simone Onofri</name>
                    <name>Sara Santorsa</name>
                    <name>Daniele Silvi</name>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
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            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Roma Tre. </publisher>
                <pubPlace>Roma</pubPlace>
                <date>2006</date>
            </publicationStmt>
            <seriesStmt>
                <title>Digital Variants</title>
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                    <title>L'uovo di Colombo</title>
                    <author>Vincenzo Cerami</author>

                    <editor/>
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                    <date/>
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                <language id="codice">italiano</language>

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            <change>
                <date>28-04-2006</date>
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                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
                <item>Codifica delle correzioni d'autore sul dattiloscritto (IV versione)</item>
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                <head>L'UOVO DI COLOMBO</head>

                <p>Era il 1993. Si viaggiava in treno e per andare da Roma a Los Angeles si usavano
                    ancora quei bestioni a reazione che restavano in cielo per la bellezza di dodici
                    ore. Era ancora l'epoca dei grandi sarti. La politica, dopo aver visto ministri
                    in discoteca, parlamentari a Malindi e comunisti a Capalbio, faceva la spola tra
                    le patrie galere e la televisione, dove gli italiani vedevano morire la vecchia
                    Repubblica. Nello sport e negli spot furoreggiava sempre tal Berlusconi,
                    circondato da pupattole e da sottoposti vestiti come lui. Volava Senna sulla sua
                    carcassa, mentre a Mosca non si sapeva ancora che pesci prendere. Tra Nord e Sud
                    erano ancora rose e fiori.</p>
                <p>Bei tempi passati, pieni di vitalità, d'avventura, di grandi sconvolgimenti della
                    storia. L'Italia, soffocata da una intera catena montuosa di debiti e di truffe
                    allo Stato, faceva parte dei sette, otto paesi più ricchi del mondo. Dalle
                    frontiere sfondate entravano frotte di disperati di tutti i colori.
                    S'accampavano dove potevano mentre accanto a loro, a tutta velocità,
                    sfrecciavano le Ferrari dei nuovi ricchi. I figli non andavano di moda, nessuno
                    li faceva più: il piacere del denaro aveva svuotato le case. Si riempivano solo
                    la sera davanti alle immagini pallide e un po' disfatte della televisione (non
                    c'era ancora neanche l'alta definizione). Le donne lavoravano quasi tutte e gli
                    uomini avevano ognuno due, tre lavori. Solo i vecchi se ne restavano fra le
                    quattro mura e d'estate ne morivano a grappoli sulle panchine sotto casa.
                    Giapponesi, americani, tedeschi, australiani scorrazzavano in mutande da Palermo
                    a Venezia e con le loro ciabattelle solcavano le antiche strade romane e
                    medievali.</p>
                <p>Bene, in quell'Italia ancora felice e rubiconda viveva un omino appartato e
                    silenzioso. Nessuno lo conosceva, nessuno si curava di lui. Per strada lo
                    urtavano tutti perché non lo vedevano. Si chiamava Demetrio Trivelli. Sì,
                    proprio lui.</p>
                <p>Il suo immenso talento sbocciò proprio quell'anno. Ma ci vollero ben tre quarti
                    di secolo perché qualcuno scoprisse l'ingegno di quest'uomo che molti studenti
                    faticano ad immaginare piccolo e grigio. Quel che oggi a tutti appare come
                    l'uovo di Colombo e che a Demetrio Trivelli costò sette camicie, all'epoca era
                    assolutamente impensabile, del tutto estraneo alla mente umana. Basta dire che
                    in quei tempi lontani nessuno sapeva nemmeno perché si nasce e si muore.</p>
                <p>Forse il segreto di Demetrio Trivelli, la sua capacità di immaginare
                    l'inimmaginabile, di vedere ciò che era davanti agli occhi di tutti e che
                    nessuno vedeva, va cercato nel suo essere un uomo comunissimo. La natura aveva
                    dotato il suo genio di una prerogativa che all'epoca tutto era tranne che una
                    virtù: quella di assorbire fino all'ultima goccia le mitologie del suo tempo.
                    Demetrio non si difendeva da nulla, era una specie di spugna. Si lasciava
                    travolgere dalla cultura corrente senza opporre mai, neanche per un momento, una
                    sua idea del mondo. Non aveva nessuna idea. Non aveva nessuna immaginazione.
                    Negli anni Novanta l'idealismo religioso e l'edonismo pagano trovarono un loro
                    punto di identificazione: la ricerca del piacere individuale si era accresciuta
                    al punto da invadere l'antichissimo anelito verso la trascendenza. In un certo
                    senso il naturale richiamo all'orgasmo, che è individuale, coincise con la
                    vocazione alla palingenesi mistico-religiosa che sopravviveva nella cultura
                    collettiva. Demetrio Trivelli, insomma, fu il primo uomo nel quale queste due
                    forze si concretizzarono in un'unica identità. L'emozione che provava
                    nell'acquistare un magnifico paio di scarpe non aveva nulla da invidiare alla
                        <hi rend="italic">pietas</hi> del sacerdote nel momento in cui spezza
                    l'ostia. Con Demetrio Trivelli l'uomo cancellava l'eterno dualismo tra ius e
                    fas, tra bene e male, tra alto e basso. Davanti a Demetrio Trivelli si aprivano
                    orizzonti inesplorati.</p>
                <p>Un piccolissimo episodio della sua vita, che si può ritrovare nei <hi
                        rend="italic">Diari</hi>, quasi sempre trascurato nella chilometrica
                    bibliografia su Demetrio Trivelli, mette a nudo questa sua particolare
                    attitudine ad identificarsi totalmente col suo tempo.</p>
                <p>Era la fine dell'estate del 1993. Esistevano all'epoca, in quasi tutto il mondo,
                    locali chiamati McDonald in cui si poteva mangiare a qualsiasi ora del giorno.
                    Servivano polpette di carne chiamate <hi rend="italic">hamburger</hi>,
                    accompagnate da patate tagliate a listarelle e fritte nell'olio, il tutto
                    condito con una disgustosa pappetta rossa estratta dalla conserva di pomodoro.
                    Demetrio Trivelli quel giorno non aveva l'orologio ma era stato preso da una
                    fame improvvisa (quanto si è scritto dei suoi attacchi di bulimìa!). Entrò nel
                    locale e vide che era vuoto. Non era dunque quella l'ora più opportuna per
                    mangiare visto che non lo faceva nessuno. Tuttavia era preso dai morsi della
                    fame. Non stette troppo a sottigliare, ordinò molte polpette e le divorò a
                    grandi bocconi. Aveva deciso di uscir fuori dalle abitudini, di trasgredire per
                    una volta una norma secolare. Niente di rivoluzionario, per carità, anche se a
                    quei tempi era molto difficile sorprendere persone sane di mente a pranzare la
                    sera e a cenare la mattina. Demetrio Trivelli mangiava le polpette, sotto lo
                    sguardo indifferente degli inservienti, con la coscienza tranquilla, ma Demetrio
                    Trivelli non sapeva che in realtà quella era l'ora del pranzo e che le strada
                    dove sorgeva il locale era interrotta sia a desstra che a sinistra per lavori
                    stradali. Gli <hi rend="italic">operai</hi> (si chiamavano così quelli che
                    aggiustavano i marciapiedi) l'avevano chiusa mentre lui, passeggiando pigramente
                    lungo il marciapiede, si era fermato ad ammirare, una dopo l'altra, le belle
                    vetrine dei negozi. Se non che, ingoiata l'ultima polpetta, le barriere dei
                    lavori in corso furono rimosse e d'improvviso entrarono da McDonald centinaia di
                    giovani affamati. Era l'ora del pranzo e quelli si misero in fila di fronte a
                    ogni inserviente per ordinare le polpette. Demetrio Trivelli, senza nemmeno
                    accorgersene, come gli fosse tornata d'improvviso la fame, si accodò anche lui e
                    mandò giù altre porzioni di quelle polpette, che certo non dovevano essere una
                    meraviglia di bontà. Quando ebbe finito di ingozzarsi per la seconda volta, si
                    asciugò le mani con il tovagliolo di carta e fece per uscire. Ma si fermò subito
                    perchè l'aver mangiato insieme con tutta quella gente gli fece nascere il
                    desiderio di fare qualcosa che gli altri non facevano: un desiderio che egli
                    stesso nel suo diario paragona a quello sessuale. Veramente lui quella
                    trasgressione l'aveva già consumata quando aveva mangiato le prime polpette in
                    solitudine, convinto di pranzare in un'ora non canonica. Ma adesso che aveva
                    capito com'erano andate veramente le cose, si rese conto di essere stato
                    illusoriamente trasgressivo, avendo mangiato proprio all'ora di pranzo. Cosa
                    fece allora? Rientrò, ordinò di nuovo altre polpette e patatine e se le mangiò
                    con grande godimento dello spirito. Adesso sì, stava facendo qualcosa che agli
                    altri neanche passava per la mente.</p>
                <p>Questo aneddoto rivela che Demetrio Trivelli aveva ingordamente avuto tutto: sia
                    la trasgressione che il conformismo. Si sentiva in pace con l'una e con l'altro
                    e in più aveva reso felice la pancia, visto che quelle strane polpette gli
                    piacevano moltissimo e ne avrebbe mangiate altrettante se in quell'epoca non
                    fosse stato vietato dalle buone maniere. Buone maniere che comunque Demetrio
                    Trivelli una volta adottava e un'altra tradiva con la medesima, quasi delirante,
                    soddisfazione. E tanta capacità di passare dal giusto all'ingiusto, dal buono al
                    cattivo, dal bello al brutto, portava alla ribalta per la prima volta sulla
                    faccia della terra l'immagine dell'uomo moderno, perfetto come un punto. Solo
                    così si capisce perché proprio Demetrio Trivelli abbia potuto fare quella
                    grande, fondamentale scoperta, di cui oggi noi tutti godiamo senza neanche
                    rendercene conto. In fondo, a pensarci bene, Demetrio Trivelli ha scoperto la
                    cosa più ovvia del mondo.</p>
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