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<TEI.2>
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                <title>L'uovo di Colombo</title>

                <author>Vincenzo Cerami</author>
                <respStmt>
                    <resp>Codifica</resp>
                    <name>Lorenzo Geri</name>
                    <name>Simone Onofri</name>
                    <name>Sara Santorsa</name>
                    <name>Daniele Silvi</name>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Roma Tre. </publisher>
                <pubPlace>Roma</pubPlace>
                <date>2006</date>
            </publicationStmt>
            <seriesStmt>
                <title>Digital Variants</title>
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                    <title>L'uovo di Colombo</title>
                    <author>Vincenzo Cerami</author>

                    <editor/>
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                    <date/>
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                <language id="codice">italiano</language>

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            <change>
                <date>13-06-2006</date>
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                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
                <item>Codifica delle correzioni sulle bozze di stampa</item>
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            <div1>
                <head>L'uovo di Colombo</head>

                <p>Era il 1993. Si viaggiava ancora in treno e per andare da Roma a Los Angeles si
                    usavano ancora quei bestioni a reazione che restavano in cielo per la bellezza
                    di dodici ore. Era ancora l'epoca dei grandi sarti. La politica, dopo aver visto
                    ministri in discoteca, parlamentari a Malindi e comunisti a Capalbio, faceva la
                    spola tra le patrie galere e la televisione, dove gli italiani vedevano morire
                    la vecchia repubblica. Nello sport e negli spot furoreggiava sempre tal
                    Berlusconi, circondato da pupattole e da sottoposto vestiti come lui. Volava
                    Senna sulla sua carcassa, mentre a Mosca non si sapeva <del
                        n="cerami_bozze_elpa">ancora</del> che pesci prendere. Tra Nord e Sud erano
                    ancora rose e fiori.</p>
                <p>Bei tempi passati, pieni di vitalità, d'avventura, di grandi sconvolgimenti della
                    storia. L'Italia, soffocata da una intera catena montuosa di debiti e di truffe
                    allo Stato, faceva parte dei sette, otto Paesi più ricchi del mondo. Dalle
                    frontiere sfondate entravano frotte di disperati di tutti i colori.
                    S'accampavano dove potevano mentre accanto a loro, a tutta velocità,
                    sfrecciavano le Ferrari dei nuovi ricchi. I figli non andavano di moda, nessuno
                    li faceva più: il piacere del danaro aveva svuotato le case. Si riempivano solo
                    la sera davanti alle immagini pallide e un po' disfatte della televisione (non
                    c'era ancora neanche l'alta definizione). Le donne lavoravano quasi tutte e gli
                    uomini avevano ognuno due, tre lavori. Solo i vecchi se ne restavano fra le
                    quattro mura e d'estate ne morivano a grappoli sulle panchine sotto casa.
                    Giapponesi, americani, tedeschi, australiano scorrazzavano in mutande da Palermo
                    a Venezia e con le loro ciabattelle solcavano le antiche strade romane e
                    medievali.</p>
                <p>Bene, in quell'Italia ancora felice e rubiconda viveva un omino appartato e
                    silenzioso. Nessuno lo conosceva, nessuno si curava di lui. Per strada lo
                    urtavano tutti perché non lo vedevano. Si chiamava Demetrio Trivelli. Sì proprio
                    lui.</p>
                <p>Il suo immenso talento sbocciò proprio quell'anno. Ma ci vollero ben tre quarti
                    di secolo perché qualcuno scoprisse l'ingegno di quest'uomo che molti studenti
                    faticano a immaginare piccolo e grigio. QUel che oggi a tutti appare come l'uovo
                    di Colombo e che a Demetrio Trivelli costò sette camicie, all'epoca era
                    assolutamente impensabile, del tutto estraneo alla mente umana. Basta dire che
                    in quei tempi lontani nessuno sapeva nemmeno perché si nasce e si muore.</p>
                <p>Forse il segreto di demetrio Trivelli, la sua capacità di immaginare
                    l'inimmaginabile, di vedere ciò che era davanti agli occhi di tutti e che
                    nessuno vedeva, va cercato nel suo essere un uomo comunissimo. La natura aveva
                    dotato il suo genio di una prerogativa che all'epoca tutto era tranne che una
                    virtù: quella di assorbire fino all'ultima goccia le mitologie del suo tempo.
                    Demetrio non si difendeva da nulla, era una specie di spugna. Si lasciava
                    travolgere dalla cultura corrente senza opporre mai, neanche per un momento, una
                    sua visione del mondo. <del n="cerami_bozze_elpa">Non aveva nessuna idea. Non
                        aveva nessuna immaginazione.</del> Negli anni Novanta l'idealismo religioso
                    e l'edonismo pagano trovarono un loro punto d'identificazione: la ricerca del
                    piacere individuale si era diffusa e accresciuta al punto da invadere
                    l'antichissimo anelito verso la trascendenza. In un certo senso il naturale
                    richiamo all'orgasmo, che è individuale, coincise con la vocazione alla
                    palingenesi mistico-religiosa che sopravviveva nella cultura collettiva.
                    Demetrio Trivelli, insomma, fu il primo uomo nel quale queste due forze si
                    concretizzarono in un'unica identità. L'emozione che provava nell'acquistare un
                    magnifico paio di scarpe non aveva nulla da invidiare alla <hi rend="italic"
                        n="cerami_bozze_cors">pietas</hi> del sacerdote nel momento in cui spezza
                    l'Ostia. Con Demetrio Trivelli l'uomo cancellava l'eterno dualismo tra <hi
                        rend="italic" n="cerami_bozze_cors">ius</hi> e <hi rend="italic"
                        n="cerami_bozze_cors">fas</hi>, tra bene e male, tra alto e basso. Davanti a
                    Demetrio Trivelli si aprivano orizzonti inesplorati.</p>
                <p>Un piccolissimo episodio della sua vita, che si può ritrovare nei <hi
                        rend="italic" n="cerami_bozze_cors">Diari</hi>, quasi sempre trascurato
                    nella chilometrica bibliografia su Demetrio Trivelli, mette a nudo questa sua
                    particolare attitudine a identificarsi totalemnte col suo tempo.</p>
                <p>Era la fine dell'estate del 1993. Esistevfano all'epoca, in quasi tutto il mondo,
                    locali chiamati McDonald in cui si poteva mangiare a qualsiasi ora del giorno.
                    Servivano polpette di carne chiamate <hi rend="italic" n="cerami_bozze_cors"
                        >hamburger</hi>, accompagnate da patate tagliate a listarelle e fritte
                    nell'olio, il tutto condito da una disgustosa pappetta rossa estratta dalla
                    conserva di pomodoro. Demetrio Trivelli quel giorno non aveva l'orologio ma era
                    stato preso da fame improvvisa (quanto si è scritto dei suoi attacchi di
                        bulim<del n="cerami_bozze_sla">ì</del><add place="margine destro"
                        n="cerami_bozze_sla">i</add>a!) Entrò nel locale e vide che era vuoto. Non
                    era dunque quella l'ora più opportuna per mangiare visto che non lo faceva
                    nessuno. Tuttavia era preso dai morsi della fame. Non stette troppo a
                    sottigliare, ordinò molte polpette e le divorò a grandi bocconi. Aveva deciso di
                    uscir fuori dalle abitudini, di trasgredire per una volta una norma secolare.
                    Niente di rivoluzionario, per carità, anche se a quei tempi era molto difficile
                    sorprendere qualcuno a pranzare la sera e a cenare la mattina. Demetrio Trivelli
                    mangiava le polpette, sotto lo sguardo indifferente degli inservienti, con la
                    coscienza tranquilla. Ma Demetrio non sapeva che in realtà quella era l'ora del
                    pranzo e che la strada dove sorgeva il locale era stata interrotta sia a destra
                    che a sinistra per lavori stradali. Gli <hi rend="italic" n="cerami_bozze_cors"
                        >operai</hi> (si chiamavano così quelli che aggiustavano i marciapiedi)
                    l'avevano chiusa mentre lui, passeggiando pigramente lungo il marciapiede, si
                    era fermato ad ammirare, una dopo l'altra, le belle vetrine dei negozi. Se non
                    che, ingoiata l'ultima polpetta, le barriere dei lavori in corso furono rimosse
                    e d'improvviso entrarono da McDonald centinaia di giovani affamati. Era l'ora
                    del pranzo e quelli si misero in fila di fronte a ogni inserviente per ordinare
                    le polpette. Demetrio Trivelli, senza nemmeno accorgersene, come gli fosse
                    tornata d'improvviso la fame, si accodò anche lui e mandò giu altre porzioni di
                    quelle polpette, che certo non dovevano essere una meraviglia di bontà. Quando
                    ebbe finito di ingozzarsi per la seconda volta, si asciugò le mani e fece per
                    uscire. Ma si fermò subito perché l'aver mangiato insieme con tutta quella gente
                    gli fece nascere il desiderio di fare qualcosa che gli altri non facevano: un
                    desiderio che egli stesso nel suo diario paragona a quello sessuale. Veramente
                    lui quella trasgressione l'aveva già consumata quando aveva mangiato le prime
                    polpette in solitudine, convinto di pranzare in un'ora non canonica. Na adessi
                    che aveva capito com'erano andate veramente le cose, si rese conto di essere
                    stato illusoriamente trasgressivo avendo mangiato proprio all'ora di pranzo.
                    Cosa fece <del n="cerami_bozze_sospa">allora</del>
                    <add place="margine destro" n="cerami_bozze_sospa">quindi</add>? Rientrò, ordinò
                    di nuovo altre polpette e patatine e se le mangio con grande godimento dello
                    spirito. Adesso sì, stava facendo qualcosa che agli altri neanche passava per la
                    mente.</p>
                <p>Questo aneddoto rivela che Demetrio Trivelli aveva ingordamente avuto tutto: sia
                    la trasgressione che il conformismo. Si sentiva in pace con l'una e con l'altro.
                    E in più aveva reso felice la pancia visto che quelle strane polpette gli
                    piacevano moltissimo e ne avrebbe mangiate altrettante se in quell'epoca non
                    fosse stato vietato dalle buone maniere. Buone maniere che comunque Demetrio
                    Trivello una volta adottava e un'altra tradiva con la medesima, quasi delirante,
                    soddisfazione. E tanta capacità di passare dal giusto all'ingiusto, dal buono al
                    cattivo, dal bello al brutto, portava alla ribalta per la prima volta sulla
                    faccia della terra l'immagine dell'uomo moderno, perfetto come un punto. Solo
                    così si capisce perché proprio Demetrio Trivelli abbia potuto fare quella
                    grande, fondamentale scoperta di cui oggi noi tutti godiamo <del
                        n="cerami_bozze_elpa">senza neanche rendercene conto</del>. In fondo, a
                    pensarci bene, Demetrio Trivelli ha scoperto la cosa più ovvia del mondo.</p>
            </div1>
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