<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?>
<!DOCTYPE TEI.2 PUBLIC '-//BIBIT//DTD BibIt L1 TEI Document Type//EN' 'bibit-l1.dtd'> 
<?xml-stylesheet type="text/xsl" href="dattiloscritti.xsl"?>

<TEI.2>
     <teiHeader>
          <fileDesc>
               <titleStmt>

                    <title>La donna serpente</title>

                    <author>Vincenzo Cerami</author>
                    <respStmt>
                         <resp>Codifica</resp>
                         <name>Lorenzo Geri</name>
                         <name>Daniele Silvi</name>
                    </respStmt>
               </titleStmt>
               <publicationStmt>
                    <publisher>Università di Roma3</publisher>
                    <pubPlace>Roma</pubPlace>
                    <date>2008</date>
               </publicationStmt>
               <seriesStmt>
                    <title/>
               </seriesStmt>

               <sourceDesc>
                    <bibl>

                         <title>La donna serpente</title>
                         <author>Vincenzo Cerami</author>

                         <editor/>
                         <publisher/>
                         <pubPlace/>
                         <date/>
                    </bibl>
               </sourceDesc>
          </fileDesc>
          <profileDesc>

               <langUsage>
                    <language id="codice">italiano</language>

               </langUsage>
          </profileDesc>

          <revisionDesc>
               <change>
                    <date>15-02-2008</date>
                    <respStmt>
                         <name>Geri-Silvi</name>
                    </respStmt>
                    <item>Codifica livello 1</item>
               </change>
          </revisionDesc>
     </teiHeader>


     <text>
          <front/>

          <body>
               <div1>

                    <head>La donna serpente</head>
                    <head> di VINCENZO CERAMI</head>

                    <p>I brutti quartieri di una grande città fanno quasi sempre paura. Ma a questa
                         paura si finisce per abituarsi. Quando mi trovo a passare tra quei palazzi
                         brutti e violenti, ormai senza più rendermene conto, abbasso gli occhi e
                         tiro via. Al contrario, i bellissimi quartieri del centro storico mi sono
                         familiari, mi rassicurano a tutte le ore del giorno e in tutti i mesi
                         dell'anno. Tranne che d'agosto, specialmente di notte.</p>
                    <p>Nelle notti d'agosto il centro storico diventa addirittura terrorizzante. Gli
                         antichi fregi senza luci, le lunghe file dei negozi spenti, le grandi
                         pareti dei palazzi dalle finestre chiuse e dai portoni sbarrati acquistano
                         di colpo l'immagine di una persona amica di colpo stravolta dalla pazzia,
                         pronta a saltarti addosso e a sbranarti senza pietà.</p>
                    <p>Domenica sera, dopo aver passato tutta la giornata in casa a finire un lavoro
                         che mi aveva costretto a rimanere in questa città abbandonata nelle grinfie
                         del caldo, uscii a piedi, a caccia di un ristorante.</p>
                    <p>Volevo fare due passi per sgranchirmi la schiena e anche perché avevo voglia
                         di vedere qualche faccia vivente. Sono infatti un appassionato di facce: mi
                         piace guardarle e immaginare da quali ambienti vengono fuori, quali
                         pensieri passano per quelle teste; mi piace figurarmi la casa e la vita
                         delle persone sconosciute. Mi resi conto che era domenica perché nel raggio
                         di un chilometro almeno da casa non trovai aperta nemmeno una pizzeria. Mi
                         perdevo per le strade attratto dalle luci lontane e nel camminare, quasi
                         automaticamente, tornavo con i pensieri al lavoro che avevo lasciato. Così,
                         dopo un po' di tempo, risvegliandomi dal torpore, mi resi conto di essermi
                         perso. Mi muovevo nelle vicinanze del centro storico tra palazzi primi
                         Novecento, quasi tutti uguali: un quartiere con pochi negozi e dalla fioca
                         illuminazione. Le luci lontane si rivelavano puntualmente per scritte
                         pubblicitarie rimaste inutilmente accese.</p>
                    <p>Intanto già accusavo un po' di stanchezza alle gambe. Ma quel che più sentivo
                         e mi cresceva dentro era una strana tensione, forse una paura. Tutti quei
                         palazzi spenti, quegli appartamenti deserti accendevano in me
                         impercettibili e irrazionali istinti vandalici, quasi delinquenziali. Mi
                         passò per la testa un'improvvisa fantasia. Immaginai di imbattermi, proprio
                         all'angolo della strada, in una bellissima ragazza, come me sperduta nella
                         città notturna e afosa. Avrei resistito a non fermarla per un braccio?</p>
                    <p>Mi tornò in mente un raccontino che lessi tanti anni fa. Vi si narrava
                         proprio di un uomo sperduto nella notte che incontra una ragazza
                         bellissima, avvolta in un abito bianco, di veli, un corpo magnetico, due
                         occhi di smeraldo. L'uomo la fissa incredulo e la ragazza lo invita a
                         seguirlo per quelle stradine medievali: qualche ramarro ai muri, qualche
                         topo che fugge. La ragazza entra in una vecchia casa e comincia a salire le
                         scale girandosi ogni tanto con un sorriso. Apre la porta di un appartamento
                         sontuoso e cadente, tappezzato di arazzi e damaschi. Lui, a piccoli passi,
                         le va dietro. La fanciulla gira l'interruttore della luce e nel soffitto di
                         una grandissima camera da letto s'accende un lampadario di cristallo. Il
                         letto è grande, a baldacchino. Lei sposta le lenzuola e si lascia scivolare
                         su quelle sete. Guarda l'uomo e lo invita a sdraiarsi accanto a sé. Lui si
                         toglie le scarpe, la giacca e si allunga al fianco di quella magnifica
                         creatura odorosa di giglio. Stanno per baciarsi quando l'uomo, accecato dal
                         lampadario, si alza per andare a spegnere la luce. Ma lei lo blocca. A
                         spegnere la luce vuol pensarci lei. Infatti allunga il braccio. Il braccio
                         s'allunga, s'allunga. S'allunga ancora. Come un serpente. La sua
                         bianchissima mano attraversa tutto il pavimento, s'arrampica sulla parete,
                         fino a quando il dito indice spegne la luce e fa il buio. Il racconto
                         finiva in questo buio pieno di sinistri presagi.</p>
                    <p>Trovai finalmente una trattoriola striminzita, all'aperto. Non c'era nessun
                         altro avventore. Mi sedetti e, per non rischiare, ordinai prosciutto e
                         melone e poi del formaggio. E mentre aspettavo, dal portone lì accanto,
                         uscì una coppia: probabilmente moglie e marito. Si sedettero davanti a me.
                         Io vedevo lui di spalle e lei di fronte. Era una giovane signora, di classe
                         media, vestita con un abitino soffice, scuro, e le scivolava tra le gambe
                         che teneva discoste. Mi inquietò subito il suo volto: era tumefatto, un
                         labbro gonfio, uno zigomo arrossato e intorno al collo una rete di graffi
                         ancora arrossati e qualche livido. Ma sotto quei segni c'era senz'altro una
                         donna bella. I suoi occhi mi vennero subito addosso, erano profondi e neri,
                         ma luminosi. Il marito, o chi sa chi, le stringeva teneramente le mani e
                         lei gli sorrideva con dolcezza. Di lui vedevo un po' di profilo e la
                         camicia dozzinale da cui venivano fuori due braccia piuttosto pelose ma non
                         robuste. Ordinarono la cena e, aspettando, si scambiarono qualche moina.</p>
                    <p>Solo che lei, sempre più sfacciatamente, baciandogli le mani, mi puntava gli
                         occhi addosso con un sorriso ammiccante. E anche mentre mangiavano lei non
                         faceva che fissarmi muovendosi sulla sedia come una gatta in amore. Mi
                         sentivo aggredito, quella situazione era assurda. Tuttavia non potevo
                         sottrarmi alla sfida. Più di una volta fui addirittura io a richiamare i
                         suoi sguardi, con un tintinnio del bicchiere o lasciando cadere in terra
                         una posata. E lei sembrava avere sempre più caldo, strofinava le mani sulla
                         gonna. Non riuscivo a capire come mai quell'uomo non si accorgesse del
                         nostro muto dialogo. Era perso in lei, tenerissimo quando le accarezzava i
                         capelli o il bel nasino.</p>
                    <p>I due erano sicuramente scesi a mangiare dopo che per ore si erano tormentati
                         d'amore, nel sudore di una camera piccola e male ammobiliata, mentre nella
                         strada sotto casa scendeva piano piano il buio. Lui l'aveva picchiata e
                         ora, quasi a chiederle perdono, se la teneva buona, la sfiorava con
                         delicatezza, le baciava le mani e i polsi.</p>
                    <p>Pagammo il conto quasi nello stesso momento, quell'uomo prima, io dopo. Ma né
                         loro, né io ci alzammo. La donna s'era fatta ancora più audace: adesso
                         guardava solo me e mi indicava l'interno della trattoria. D'improvviso si
                         alzò e guardandomi sparì nel locale. Il cuore aveva cominciato a battermi
                         forte. Non sapevo che fare. Fissavo l'uomo che beveva la sua birra. Stavo
                         per alzarmi, per seguirla. Ma non ne ebbi la forza.</p>
                    <p>Dopo qualche minuto, il mento alto, tornò la donna e si risedette al suo
                         posto. Non mi degnò di uno sguardo. Io abbassai gli occhi sul tavolo.
                         Decisi di andarmene. Ma quando stavo per scostare la sedia, lei, il torace
                         gonfio, un sorriso cattivo, mi mostrò la lingua. A questo punto l'uomo si
                         girò di colpo verso di me: sul suo volto si stampò d'improvviso una
                         maschera crudelissima. Gli occhi gli si infiammarono. Tornò a voltarsi
                         verso la donna e la colpì con uno schiaffo sonoro. Lei scoppiò a piangere.
                         Lui allora si alzò e la trascinò via con la forza, picchiandola duramente.
                         Stavo per intervenire. Mi alzai, ma non mi mossi. Li vedevo tornare verso
                         il portone da cui erano usciti e capii che in quei loro rituali io non
                         dovevo entrare più. La mia parte l'avevo involontariamente recitata fino in
                         fondo. Per tutta la cena non ero stato che lo zimbello nelle mani di quei
                         due strani innamorati. M'avevano tirato dentro le loro beghe. E ora me li
                         immaginavo rientrare nella piccola camera accaldata, dove avrebbero
                         continuato il loro complicato gioco d'amore.</p>
                    <p>Tornando a casa le vie del centro mi apparivano ancora più sinistre. Per un
                         istante pensai persino che dietro le mille finestre spente erano venuti a
                         passare l'estate fantasmi sudati e ridanciani. Li vedevo accendere le
                         lavatrici, far girare i frullatori, mettere in funzione televisioni e
                         giradischi, frugare nei cassetti. Li vedevo orgiasticamente danzare e
                         ubriacarsi con le mezze bottiglie di vino rimaste nei frigoriferi. Mano a
                         mano che mi avvicinavo alla mia strada sentivo placarsi quell'inquietante
                         spiritello criminale che si era impadronito di me. Non vedevo l'ora di
                         andarmene a letto, chiudere gli occhi e finire questo mio racconto nel buio
                         dei miei sonni sinistri.</p>
               </div1>
          </body>
     </text>
</TEI.2>
