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                <title>Le visioni del calvo</title>

                <author>Vincenzo Cerami</author>
                <respStmt>
                    <resp>Codifica</resp>
                    <name>Lorenzo Geri</name>
                    <name>Daniele Silvi</name>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Università di Roma3</publisher>
                <pubPlace>Roma</pubPlace>
                <date>2008</date>
            </publicationStmt>
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                    <title>Le visioni del calvo</title>
                    <author>Vincenzo Cerami</author>

                    <editor/>
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                <date>15-02-2008</date>
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                    <name>Geri-Silvi</name>
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                <item>Codifica livello 1</item>
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                <head>di VINCENZO CERAMI</head>
                <head>LE VISIONI DEL CALVO</head>
                <p>Una mattina mi svegliai, mi guardai allo specchio e dissi: "Adesso basta, debbo
                    subito fare qualcosa!" Mi lavai la testa col mio solito sciampo per bambini e
                    giù di corsa a prendere l'autobus. Destinazione: via dei Monti di Creta,
                    Istituto dermatologico. Dovevo mettere fine a un destino che si trasmetteva di
                    padre in figlio nei secoli. Dentro di me sentivo che stavo per cominciare una
                    guerra persa in partenza. Mi chiedevo soltanto quanto tempo ci avrei messo a
                    capire che nulla, proprio nulla, potevo fare per cancellare un difetto
                    millenario della mia progenie. Ma in fondo alla coscienza sapevo che accettare
                    la fatale calvizie per me significava anche imparare a subire con rassegnazione
                    ogni sconfitta. Avevo dunque un po' di paura: in gioco non c'era soltanto la
                    sorte delle mie chiome</p>
                <p> Fino ad un anno prima portavo sulla testa un casco di capelli talmente fitti e
                    affollati che litigavano fra di loro per guadagnarsi un po' di spazio. La
                    mattina, quando li pettinavo, tiravo via i cadaveri e staccavo uno dall'altro
                    quanti di loro stavano ancora lottando. Alla fine una lisciatina di balsamo e i
                    capelli tornavano tranquilli e lucidi a sonnecchiare uno accanto all'altro. Me
                    li portavo in giro allegramente rimettendoli a posto con le dita ogni volta che
                    mi facevano il dispetto di scendermi sugli occhi. Poi, chi sa perché, da un anno
                    a questa parte, malgrado l'affetto profondo e la riconoscenza che nutrivo per
                    loro, hanno cominciato a impigrirsi, a perdere fiducia nella vita. Ogni mattina
                    trovavo tra i denti del pettine ciuffi interi che avevano scelto l'olocausto.
                    L'acqua del rubinetto, quasi con cinismo, li raccoglieva e li dava in pasto alla
                    bocca buia e profonda del lavandino. Ogni mattina la stessa storia.</p>
                <p> Primo rimedio: la farmacia. Lozioni. All'inizio quelle delicate, poi le frizioni
                    più energiche, fino alla boccetta azzurra il cui contenuto mi arrossava la
                    faccia e le tempie da farmi somigliare a un fiore vaiolato. I capelli non
                    avevano più ragione di litigare per rubarsi lo spazio, anzi, adesso se ne
                    stavano comodamente accoccolati uno distante dall'altro senza neanche guardarsi.
                    Specialmente a destra e a sinistra della fronte, dove si stavano aprendo due
                    piazzette lucide e deserte. Pensai a mio padre e al nonno paterno: entrambi
                    erano stempiati allo stesso modo, ma con una fronte molto più ampia della mia.
                    Voleva dire che la mia strada era quella: se non riuscivo a fermare l'ecatombe
                    mi sarei ritrovato con una testa altrettanto triste e piena di bitorzoli. Così
                    quella mattina presi il toro per le corna e decisi di rivolgermi ai grandi
                    specialisti, alle massime autorità scientifiche nel campo dermatologico.</p>
                <p>L'Istituto era peggio di una stazione ferroviaria: la folla bisbigliante si
                    accalcava intorno a un distributore automatico di biglietti numerati. Mi misi in
                    coda e soltanto dopo un'oretta riuscii a staccare il mio numero. Poi chiesi a
                    qualcuno che cosa dovessi farci con quel biglietto. Mi risposero che dovevo
                    aspettare il mio turno per andare allo sportello a parlare con un'infermiera.
                    Ben munito di pazienza aspettai un'altra ora e mezza, avvicinandomi passetto
                    dopo passetto all'infermiera seminascosta dallo sportello. Finalmente toccò a
                    me. Le dissi che volevo essere visitato da un professore sapiente di capelli,
                    possibilmente un luminare Quella alzò lo sguardo sulla mia testa e con una
                    smorfia mi consegnò un biglietto numerato. Pagai in silenzio e mi persi di nuovo
                    nella calca. Notai che sulla grande porta vetrata, proprio al centro, c'era una
                    specie di orologio che di tanto in tanto faceva scattare numeri progressivi.
                    Capii che avrei potuto varcare quella soglia quando il mio numero fosse comparso
                    nel contatore. Ora c'era il numero 28. Guardai il mio biglietto sul quale era
                    stampato il numero 324. Misurai il tempo medio che passava tra un numero e
                    l'altro nel contatore, feci un calcolo veloce e capii che non sarei entrato
                    prima delle sedici del pomeriggio. Decisi di andare in una trattoria vicina.</p>
                <p> In trattoria scoprii che c'era Mirella, non la non vedevo da almeno sei anni.
                    Lei, purtroppo, non mi riconobbe, sicuramente a causa dei miei capelli scesi di
                    volume. E tanto bastò perché la fame mi passasse di colpo. Mi limitai <del
                        rend="tratto a matita">al prosciutto e melone</del><add place="sublinear"
                        rend="matita">ad una minestra di riso</add> e <del>ad</del><add
                        place="supralinear" rend="matita">al</add> un caffé. Quindi scappai di là e
                    andai a sedermi su una panchina a un mezzo chilometro dall'Istituto.
                    M'addormentai per qualche momento, ma mi sembrò di essere rimasto nel sogno una
                    vita intera. Nel buio degli occhi mi apparve, sotto il cielo fosco, una pianura
                    vasta e arida. La siccità aveva spaccato la superficie terrestre e di tanto in
                    tanto da quelle fenditure emergevano cespuglietti spinosi. Sembrava il fondo di
                    un lago completamente asciugato dal sole; la spianata dava infatti l'impressione
                    di fango secco, attraversato da lunghe ferite nere. Lontano si vedeva una
                    montagna di creta dello stesso colore della mota. Non c'era anima viva. Nemmeno
                    io. E la sensazione angosciosa veniva proprio da questa mia assenza. Mi cercavo
                    in quel luogo e non mi trovavo. Mi svegliai dallo spavento, ma l'angoscia si
                    moltiplicò subito per mille perché, pur avendo gli occhi aperti, lo spettrale
                    spettacolo non cambiava. Anzi, cominciai perfino a sentire l'odore acre e
                    polveroso di quel luogo abbandonato. Nelle mie orecchie fischiava appena un
                    venticello caldo e umido. Urlai. Ma in quella valle sorda io stesso non sentivo
                    la mia voce. Provai ad alzarmi dalla panchina, come un cieco. Inciampai nella
                    siepe e caddi a terra. Chiusi gli occhi, li riaprii: erano quasi le sedici.Ci
                    risi un po' su, tanto per alleggerirmi l'animo prima di affrontare il medico.</p>
                <p>Comparve sul contatore il numero 324 e mi presentai all'infermiera della grande
                    vetrata. Questa mi fece entrare e mi indicò una sala d'aspetto dove c'era già
                    una mezza dozzina d'altri pazienti. Chi tatuato dall'erpes, chi invaso dai
                    brufoli, chi mascherato dalle pomate. Per un momento mi vergognai di trovarmi
                    tra tanti disgraziati col mio stupido problema dei capelli, ma ormai stavo in
                    ballo e inoltre quelle visioni apocalittiche che mi avevano aggredito potevano
                    anche essere il segno di un male ben più grave di una semplice impetigine.</p>
                <p>Aspettai pazientemente il mio turno. Un'altra oretta almeno. E siccome vedevo che
                    dalla porta del professore i pazienti uscivano tutti con un bel sorriso, mi
                    caricai di fiducia. Finché l'infermiera non mi chiamò per nome. Mi alzai ed
                    entrai nello studio del dottore.</p>
                <p>Rimasi di ghiaccio. Non riuscivo a mandare giù la saliva tanto ero paralizzato.
                    Il medico mi guardava interrogativamente, con il suo sguardo arcigno. Io gli
                    fissavo la testa e balbettavo. Il medico, alto e grosso, era completamentecalvo,
                    la sua faccia sembrava una lampadina accesa. Era nudo di peli perfino dietro la
                    nuca e sopra le orecchie. Mi chiese: "Allora, che problemi ha lei?"Non risposi
                    subito e quello cominciava a innervosirsi. Lì per lì non riuscii ad inventarmi
                    una malattia della pelle. Mi gettai a corpo morto, dovevo andare fino in fondo.
                    Mi avvicinai alla sua faccia e, allargando con le dita i capelli sopra le
                    tempie, gli mostrai che in quei due punti li stavo perdendo. Il medico mi guardò
                    storcendo la bocca e disse: "Non c'è niente da fare!" E io risposi:
                "Capisco!".</p>
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