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<TEI.2>
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            <titleStmt>

                <title>Urbino vista dal basso</title>

                <author>Vincenzo Cerami</author>
                <respStmt>
                    <resp>Codifica</resp>
                    <name>Lorenzo Geri</name>
                    <name>Simone Onofri</name>
                    <name>Sara Santorsa</name>
                    <name>Daniele Silvi</name>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Roma Tre. </publisher>
                <pubPlace>Roma</pubPlace>
                <date>2006</date>
            </publicationStmt>
            <seriesStmt>
                <title>Digital Variants</title>
            </seriesStmt>

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                <bibl>

                    <title>Urbino vista dal basso</title>
                    <author>Vincenzo Cerami</author>

                    <editor/>
                    <publisher/>
                    <pubPlace/>
                    <date/>
                </bibl>
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        </fileDesc>
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            <langUsage>
                <language id="codice">italiano</language>

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            <change>
                <date>27-04-2006</date>
                <respStmt>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
                <item>Codifica del racconto apparso sul Messaggero</item>
            </change>
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    <text>
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            <div1>
                <head>UNA DONNA ALTA</head>
                <p>Non sono alto di statura, questo lo dico subito. Per onestà. E' probabile che nel
                    corso del mio racconto mi scappi qualche involontaria cattiveria, dettata
                    certamente da un moto d'invidia, non tanto per le persone alte, il che sarebbe
                    pure comprensibile, quanto nei confronti della vita in generale, visto che <add
                        place="left">un po'</add> di rancore me lo porto dietro da quel giorno in
                    cui mi accorsi che non avevo più speranze di superare il metro e sessantadue di
                    altezza. Quindi chiedo preventivamente di perdonarmi alcune possibili cadute di
                    gusto che io, nel mio intimo, non so giudicare tali. Ho deciso di rendere
                    pubblico un episodio della mia vita affinché possa servire da insegnamento per
                    tutti e non solo per chi è stato punito dalla natura a non rientrare
                    nell'altezza standard degli esseri umani. Sono convinto che la mia vicenda è
                    così zeppa di filosofia e di metafore <seg rend="tratto a matita">da far
                        rientrare nell'apologo</seg> tanti altri <seg rend="tratto a matita"
                        >reconditi significati</seg> che riguardano uomini di ogni statura.</p>
                <p>L'avventura cominciò durante un convegno a Urbino. Ero stato invitato a parlare
                    dei terreni vulcanici. Avevo preparato un bell'intervento sul metasilicato di
                    alluminio e potassio presente in molte zone del Lazio <add place="supralinear">e
                        della Toscana</add>. Me ne stavo seduto al bar con i miei fogli in mano
                    quando, girando una pagina, gettai l'occhio sulla sinistra e vidi due bellissime
                    ginocchia femminili proprio all'altezza del mio naso. Mi alzai in piedi quasi
                    d'istinto e il naso mi si arrestò a due palmi da un seno che premeva
                    forsennatamente contro la camicetta bianca. Dovetti sollevare il mento per
                    guardare in faccia quel monumento di ragazza di oltre due metri. Non credevo ai
                    miei occhi. Dietro di lei s'era formato un semicerchio di congressisti con gli
                    occhiali in mano talmente incantat<del rend="tratto a matita"
                    >o</del><add>i</add> nell'ammirare quella <del rend="tratto a matita">bellezza</del>
                    <add place="supralinear">statura</add> da non acccorgersi della comicità del
                    quadro: io e lei vicini sembravamo l'articolo il, ma con la elle maisucola,
                    così: iL.</p>
                <p>Appena lei, spedito giù per il lunghissimo esofago un bicchierone d'acqua, si
                    mosse, tutti quei professori, presi dallo spavento, scapparono come <del
                        rend="tratto a matita">topi</del><add place="supralinear">scarafaggi</add>.
                    Effettivamente Rossella, là dentro, sembrava la statua della Libertà. In più
                    indossava una mnigonna stretta <del rend="tratto a matita">a</del><add>e</add>
                    corta cosicché le due gambe si potevano ammirare in tutta la loro scultorea
                    perfezione. La scellerata, oltretutto, quasi pe dispetto o per una forma <add
                        place="supralinear">acuta di</add> aggressiv<del rend="tratto a matita"
                        >a</del><add>ità</add>
                    <del rend="tratto a matita">di sfida</del>, calzava due scarpe dai tacchi alti e
                    sottili. E anche il suo seno, che <del rend="tratto a matita">a</del><add
                        place="supralinear">per</add> una ragazza di normale statura avrebbe
                    rappresentato un pesante fardello da portarsi dietro, piazzato lassù, sotto la
                    camicetta di Rossella, appariva perfino troppo discreto.</p>
                <p>La vidi uscire dal bar e dopo un po' vidi scomparire anche la sua ombra. Seppi
                    solo il giorno dopo che Rossella era entrata a bere un bicchiere d'acqua proprio
                    per farsi notare da me. Me lo confidò lei stessa fermandomi subito fuori dalla
                    sala dei congressi mentre sentivo che le gambe mi stavano cedendo. "Professor
                    Acquari!", è così che mi gelò. Mi voltai, era lei. Volle fare due passi con me
                    su per le salite dell'antica cittadina. Io, <del rend="tratto a matita">che
                    da</del> uomo <del rend="tratto a matita">che</del> di piccola statura <add
                        place="supralinear">che</add> conosc<del rend="tratto a matita"
                        >o</del><add>e</add> bene queste cose, me ne guardai bene dal portare il
                    discorso sull'altezza fisica degli uomini. Anzi, fra tante antiche bellezze, mi
                    sperticavo in lodi per la statura artistica e spiritual<del
                        rend="tratto a matita">i</del><add>e</add> dei grandi uomini del passato. Si
                    finì per parlare di altezza e di bassezza umana sempre riferendoci all'anima
                    delle persone. Mi sembrava che quei discorsi liberassero Rossella da chi sa
                    quali pesi, anche perché lei mostrava di apprezzarli più del dovuto. Rossella,
                    d'altra parte, s'era presentata al Convegno con un intervento in merito alle
                    tecniche di estrazione di alluminio dalla bauxite: tanto dire e fantasticare
                    sugli artisti di Urbino le smuoveva la fantasia. E quell'aria appena sognante
                    faceva sbocciare tra le sue meravigliose labbra sorrisi di raro candore.
                    Insomma, rifiutandomi energicamente di ragionare, approfittando della magia
                    dell'incontro, mi innamorai di Rossella. Qualcuno nel vederci vicini rideva, me
                    ne accorgevo, ma mi ero intestardito con me stesso e chiudevo gli occhi. D'altra
                    parte, pensavo, Rossella era talmente alta che tutti gli uomini le dovevano
                    apparire bassi. Io per lei non ero tanto più basso degli altri. E poi, devo dire
                    la verità, Rossella sembrava proprio presa da me, mi veniva dietro dovunque
                    andassi.</p>
                <p>Lei stava in un altro albergo, ma era sempre la prima a muoversi. Suonava il
                    telefono della mia camera e il portiere mi annunciava che la dottoressa era là
                    ad aspettarmi. A pranzo, a cena, la mattina, il pomeriggio, sempre assieme.
                    Tanto è vero che i miei colleghi cominciarono a guardarmi con occhi molto
                    diversi da prima. Non riuscivano ad accettare l'idea che quella <seg
                        rend="tratto a matita">stanga</seg> di ragazza si fosse invaghita di me. A
                    turno ci seguivano per controllare che non fossimo finiti a letto. Non
                    l'avrebbero mai sopportato. <seg rend="tratto a matita laterale">Sol<del
                            rend="tratto a matita">tant</del>o chi <del rend="tratto a matita">fra
                            loro</del> si convinse che ormai niente più avrebbe potuto evitare il
                        nostro appuntamento su quel letto, cominciò a riscoprirmi veramente, a
                        diventarmi veramente amico.</seg></p>
                <p>E puntualmente giunse il fatidico momento dell'amore. <seg rend="tratto a matita"
                        >I tempi erano maturati da soli, nel modo più sano.</seg> Ci ritrovammo
                    nella camera di lei senza neanche accorgercene, ma appena la porta di richiuse
                    alle nostre spalle fui investito da problemi nuovi a cui non avevo <del
                        rend="tratto a matita">mai</del> pensato. Diciamo da pensieri di carattere
                    tecnico. Niente avrebbe potuto evitare che io fossi costretto continuamente e
                    alternativamente a scegliere tra i baci e il sesso propriamente detto. Una cosa
                    escludeva necessariamente l'altra. I primi baci vennero naturali perché,
                    sdraiato com'eravamo sul letto, la mia bocca e la sua stavano alla stessa
                    altezza. Anche se i miei piedi navigavano tra le sue ginocchia. Ma poi, quando
                    la passione, come sempre fa e come è giusto che faccia, chiese di più, presi
                    tempo per non rompere l'incantesimo con qualche errore grossolano. Così, per un
                    tempo che a persone di statura vicina sarebbe spropositato, Rossella ed io ci
                    perdemmo nei baci. E mentre ero lì che mi beavo tra quelle lunghe braccia
                    succhiando nettare dalle sue labbra, notai che dalla finestra spalancata
                        cominci<del rend="tratto a matita">ò</del><add>ava</add> ad entrare un vento
                    freddo e sempre più dispettoso. Volli andare a chiudere, ma lei mi fermò. Mi
                    disse che la finestra doveva rimanere aperta perchè da un momento all'altro
                    poteva arrivare suo marito. Non era sicura, ma poteva arrivare. Lei l'avrebbe
                    riconosciuto dal rombo della macchina. In quel caso avrei avuto tutto il tempo
                    per raccogliere i miei abiti e darmela a gambe levate. Fu come se mi avesse dato
                    una bastonata in testa. Io, quasi piangendo dall'emozione, la coprivo di baci. E
                    lei intanto se ne stava con le orecchie tese alla finestra in ascolto delle
                    macchine che passavano. Lì per lì fui preso dalla voglia di prenderla a schiaffi
                    e di insultarla. Tuttavia sentivo dentro di me, nella parte più nascosta, più
                    segreta, un sapore di buono. Non capivo cosa fosse, ma ero certo che qualcosa di
                    positivo, di bello si stava muovendo nel mio spirito. Malgrado la sgradevolezza
                    e la violenza della situazione in cui mi trovavo, mi sentivo sempre più felice.
                    Di colpo capii di che si trattava: all'origine di quel piccolo dramma il mio
                    metro e sessantadue non c'entrava per niente. Per la prima volta nella mia vita
                    mi trovavo nel cuore di un problema intimo in cui la mia statura, direttamente o
                    indirettamente, non entrava in gioco. Insomma, in quel momento, avvinghiato a
                    quel corpo favoloso, mi sentivo uguale ad un uomo alto due metri, magnificamente
                    gettato dentro la più ovvia e quotidiana questione di corna. Non vedevo l'ora
                    che arrivasse il marito per scappare come un ladro. La felicità che stavo
                    scoprendo dentro di me mi dette la forza di inorgoglirmi e di mostrarmi offeso.
                    Ripresi i miei abiti, dissi a Rossella di aspettare da sola suo marito e me ne
                    andai sbattendo la porta.</p>
                <p>Più tardi, quando rimasi solo, mi posi questa domanda: "Ma se fossi stato <del
                        rend="tratto a matita">veramente</del> un uomo alto due metri, me ne sarei
                    andato così? Avrei così facilmente rinunciato a quella ghiottoneria tanto rara e
                    forse anche a una grande storia d'amore che poteva nascere?". Amaramente dovetti
                        <del rend="tratto a matita">ammettere</del><add place="supralinear"
                        >confessare</add> a me stesso che era stata proprio la scoperta di quella
                    segreta felicità a far rientrare dalla finestra il problema della statura che
                    lei, la bellissima Rossella, era riuscita a far uscire dalla porta.</p>
            </div1>
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