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<TEI.2>
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            <titleStmt>

                <title>Una complicazione cercata</title>

                <author>Vincenzo Cerami</author>
                <respStmt>
                    <resp>Codifica</resp>
                    <name>Lorenzo Geri</name>
                    <name>Simone Onofri</name>
                    <name>Sara Santorsa</name>
                    <name>Daniele Silvi</name>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Roma Tre. </publisher>
                <pubPlace>Roma</pubPlace>
                <date>2006</date>
            </publicationStmt>
            <seriesStmt>
                <title>Digital Variants</title>
            </seriesStmt>

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                <bibl>

                    <title>Una complicazione cercata</title>
                    <author>Vincenzo Cerami</author>

                    <editor/>
                    <publisher/>
                    <pubPlace/>
                    <date/>
                </bibl>
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            <langUsage>
                <language id="codice">italiano</language>

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            <change>
                <date>27-04-2006</date>
                <respStmt>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
                <item>Codifica delle correzioni d'autore sul dattiloscritto (II versione)</item>
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        <div1>
            <head>UNA COMPLICAZIONE CERCATA ?</head>
            <p>Da qualche parte deve essere scritto -forse in ebraico antico o in sanscrito- chei
                cani non ragliano e le galline non miagolano, così come gli zoppi non saltano e gli
                orbi non guidano l'aeroplano. Se sei nato tondo, insomma, neanche un miracolo ti
                farà morire quadrato. Fin qui può anche andar bene: tutto sommato il cane è conteno
                di abbiare e l'asino di ragliare.</p>
            <p>La vera complicazione nasce quando la vita, per chi sa quali assurde circostanze, ti
                offre, per una volta, su un piatto d'argento, la possibilità di essere ciò che
                vorresti veramente essere... e, tu, incredulo, forse per paura, o fore perché
                schiavo della sorte, fai del tutto perché il miracolo non si compia.</p>
            <p><seg rend="tratto a matita">Questa circostanza l'ho definita complicazione</seg> in
                quanto la vittima, prigioniera del suo destino, in una furia masochistica, si
                precipita a richiudere la porta imporivvisamente aperta sull'aria frizzantina della
                liberta. Ed è la complicità attiva, la colpevola combutta con il proprio destino a
                rendere malinconica e grigia ogni infelicità.</p>
            <p>Ho deciso di rendere pubblico un episodio della mia vita affinché possa servire da
                insegnamento <del rend="tratto a matita">per</del>
                <add place="superlinear">a</add> tutti e non solo <del rend="tratto a matita">per</del>
                <add place="superlinear">a</add> chi, come me, è stato punito dalla natura <seg
                    rend="tratto a matita">a non</seg> rientrare nell'altezza sta<del
                    rend="lettera sovrascritta">r</del><add place="inline">n</add>dard della razza
                umana. Sono convinto che la mia vicenda è così zeppa di filosofia e di metafore
                universali, da coinvolgere uomini e donne di ogni statura.</p>
            <p>L'avventura ebbe come teatro l'incantevole città di Urbino, durante un convegno di
                studi. Ero stato invitato a parlare dei terreni vulcanici. Avevo preparato un
                intervento sul metasilicato di alluminio e potassio presente in molte zone del Lazio
                e della Toscana. Stavo seduto al bar con i miei fogli in mano quando, girando
                pagina, bloccai lo sguardo su due stupende ginocchia -femminili naturalmente- che si
                erano fermate proprio accanto a me. Mi alzai in piedi quasi per dovere, e il naso mi
                si arrestò a due palmi da un seno che premeva forsennatamente contro la camicetta
                bianca. Dovetti sollevare il mento per guardare in faccia quel monumento di ragazza
                alta <del rend="tratto a matita">oltre due metri</del>. Non credevo ai miei occhi.
                Dietro di lei si era formato un semicerchio di congressisti con gli occhiali in
                mano, talmente incantati nell'ammirare quella dea dell'Olimpo da non accorgersi
                della comicità del quadro: io e lei vicini sembravamo l'articolo "il", ma con la
                elle maiuscola, così: iL.</p>
            <p>Appena lei, spedito giù per il lunghissimo esofago un bicchiere d'acqua, si mosse,
                tutti quei professori, presi dallo spavento, scapparono come scarafaggi per andare a
                rintanarsi nelle loro stanzette. In effetti Rossella sembrava la statua della
                Libertà: bella, araldica e minacciosa. In più indossava una gonna stretta e corta
                cosicché le due gambe si potevano ammirare in tutta la loro scultorea perfezione. La
                scellerata, oltre tutto, quasi per dispetto, calzava due scarpe dai tacchi alti e
                sottili. E anche il suo seno, che per una ragazza di normale statura avrebbe
                rappresentato un pesante fardello da <del rend="tratto a matita">portarsi dietro</del>
                <add place="right">portare avanti</add>, piazzato lassù, <del rend="tratto a matita"
                    >sotto la camicia di Rossella,</del> appariva perfino troppo discreto. La vidi
                uscire dal bar e dopo un po' vidi scomparire anche la sua ombra.</p>
            <p>Il giorno dopo seppi -e quasi svenni dall'emozione- che Rossella era entrata a bere
                un bicchiere d'acqua proprio per farsi notare da me. Me lo <del
                    rend="tratto a matita">confermò</del>
                <add place="right">disse</add> lei stessa fermandosi subito fuori dalla sala dei
                congressi. "Professore!": è così che mi gelò. Voltai la testa, era lei. Da quanto
                tempo voleva conoscermi! Aveva letto con sommo interesse i miei studi sulla leucite
                e sul caolino. Volle fare due passi su per le salite dell'antica cittadina. Io, uomo
                di piccola statura che conosce queste cose, immerso con lei <del
                    rend="tratto a matita">in tante</del>
                <add place="superlinear">nelle</add> sublimi bellezze di Urbino, mi sperticano nelle
                lodi per la statura artistica e spirituale dei grandi uomini del passato. Si finì
                per parlare di altezza e di bassezza umana, ma sempre riferendoci all'animo e
                all'indole delle persone.</p>
            <p>Avevo l'impressione che quei discorsi liberassero Rossella da chi sa quali pesi,
                perché lei mostrava di apprezzarli più del dovuto. La giovane collega s'era
                presentata al Convegno con un'intervento sulle ultime tecniche di estrazione
                dell'alluminio dalla bauxite. E ora, tanto dire e fantasticare di cose effimere,
                stravaganti, così lontane dalla chimica inorganica, di artisti sfaccendati e pazzi,
                di nobili urbinati decadenti e megalomani, le smuoveva <del rend="tratto a matita"
                    >la fantasia</del>
                <add place="left">l'immaginazione</add> e la esaltava. E in quell'aria appena
                sognante che s'era creata fra di noi, faceva sbocciare tra le labbra sorrisi di raro
                candore. In poche parole, per una volta, mi sono lasciato andare: approfittando
                della magia dell'incontro, provai a innamorarmi un poco di Rossella.</p>
            <p>Qualcuno nel vederci vicini rideva, me ne accorgevo. Ma mi ero intestardito con me
                stesso e chiudevo gli occhi. D'altra parte, pensavo, Rossella era talmente alta che
                tutti gli uomini le dovevano apparire bassi. Io per lei non ero tanto più basso
                degli altri. E poi, devo dire la verità, Rossella sembrava proprio presa da me, mi
                veniva dietro ovunque andassi.</p>
            <p>Lei stava in un altro albergo, ma era sempre la prima a muoversi. Suonava il telefono
                della mia camera e il portiere, con tono ammiccante, mi annunciava che la dottoressa
                era là ad aspettarmi. A pranzo, a cena, la mattina, il pomeriggio, sempre assieme.
                Tanto è vero che i colleghi cominciarono a guardarmi con occhi molto diversi da
                prima. Non riuscivano ad accettare l'idea che quel bel quintale di ragazza si fosse
                invaghito di me. A turno ci seguivano per controllare <del rend="tratto a matita"
                    >che non fossimo finiti a letto</del>
                <add place="infralinear">se andassimo o no a letto insieme</add>. Non l'avrebbero
                mai sopportato.</p>
            <p>E puntuale giunse il fatidico momento dell'amore. Ci ritrovammo nella camera di lei
                senza neanche accorgercene. Ma appena la porta si richiuse alle nostre spalle fui
                investito da problemi nuovi, a cui non avevo pensato. Diciamo da pensieri di
                carattere tecnico. Niente avrebbe potuto evitare che io fossi costretto
                continuamente e alternativamente a scegliere tra i baci e il sesso propriamente
                detto. Una cosa escludeva necessariamente l'altra. I primi baci vennero naturali
                perché, sdraiati com'eravamo sul letto, la mia bocca e la sua stavano alla stessa
                altezza. Anche se i miei piedi navigavano tra le sue ginocchia. Ma poi, quando la
                passione, come sempre fa e come è giusto che faccia, chiese di più, presi tempo per
                non rompere l'incantesimo con qualche errore grossolano. Così per un tempo che a
                persone di statura <del rend="tratto a matita">vicina</del>
                <add place="right">più o meno uguale</add> sarebbe spropositato, Rossella e io ci
                perdemmo nei baci. <del rend="tratto a matita">E mentre ero lì che mi beavo tra
                    quelle lunghe braccia succhiando nettare dalle sue labbra, notai che dall'altra
                    finestra spalancata cominciava ad entrare un vento freddo e sempre più
                    dispettoso. Volli andare a chiudere, ma lei mi fermò, mi disse che la finestra
                    doveva rimanere aperta perché da un momento all'altro poteva arrivare suo
                    marito. Non era sicura, ma poteva arrivare. Lei l'avrebbe riconosciuto dal rombo
                    della macchina. In quel caso avrei avuto tutto il tempo per raccogliere i miei
                    abiti e darmela a gambe levate.</del></p>
            <p>Fu come se mi avesse dato una bastonata in testa. Io, quasi piangendo dalla
                frustrazione, <seg rend="tratto a matita">continuavo a coprirla di baci, e con più
                    trasporto di prima. Lei intanto se ne stava con le orcchie</seg> tese alla
                finestra in ascolto della macchine che passavano. Lì per lì fui preso dalla voglia
                di prenderla a schiaffi e di insultarla. Tuttavia sentivo dentro di me, nella parte
                più nascosta, più segreta, un sapore di buono. Non capivo cosa fosse, ma ero certo
                che qualcosa di positivo, di bello si stava muovendo nel mio spirito. Malgrado la
                sgradevolezza e la violenza della situazione in cui mi trovavo, mi sentivo sempre
                più felice. Di colpo capii di che si trattava: all'origine di quel piccolo dramma il
                mio metro e sessantadue non c'entrava per niente. Per la prima volta nella mia vita
                mi trovavo nel cuore di un problema intimo in cui la mia statura non entrava per
                nulla in gioco. Insomma, in quel momento, avvinghiato a quel corpo numinoso, ero
                oggettivamente uguale a un uomo alto due metri e anche più, magnificamente gettato
                dentro la più ovvia e quotidiana questione di corna.</p>
            <p>Non vedevo l'ora che arrivasse il marito per scappare come un ladro. La felicità che
                stavo scoprendo dentro di me mi dette la forza di inorgoglirmi e di mostrarmi
                offeso. Profondamente offeso. Ripresi i miei abiti, dissi a Rossella di aspettare da
                sola suo marito e me ne andai a testa alta, sbattendo la porta.</p>
            <p>Più tardi, quando rimasi solo, mi posi questa domanda: "Ma se fossi stato uomo alto
                due metri me ne sarei andato così? Avrei così facilmente rinunciato a <del
                    rend="tratto a matita">quella</del>
                <add place="right">una</add> ghiottoneria tanto rara e forse anche a una grande
                storia d'amore che poteva nascere?"</p>
            <p>Amaramente dovetti confessare a me stesso di non essermi comportato da persona alta:
                l'occasione di sentirmi finalmente l'uomo che ho sempre sognato di essere m'era
                stata offerta. A Urbino. E io, timorato servo del mio destino, l'avevo rifiutata.
                Con eleganza, ma l'avevo rifiutata.</p>
        </div1>
    </body>
</text>
</TEI.2>
