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<TEI.2>
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            <titleStmt>

                <title>Urbino vista dal basso</title>

                <author>Vincenzo Cerami</author>
                <respStmt>
                    <resp>Codifica</resp>
                    <name>Lorenzo Geri</name>
                    <name>Simone Onofri</name>
                    <name>Sara Santorsa</name>
                    <name>Daniele Silvi</name>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
            </titleStmt>
            <publicationStmt>
                <publisher>Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Roma Tre. </publisher>
                <pubPlace>Roma</pubPlace>
                <date>2006</date>
            </publicationStmt>
            <seriesStmt>
                <title>Digital Variants</title>
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                <bibl>

                    <title>Urbino vista dal basso</title>
                    <author>Vincenzo Cerami</author>

                    <editor/>
                    <publisher/>
                    <pubPlace/>
                    <date/>
                </bibl>
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        </fileDesc>
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            <langUsage>
                <language id="codice">italiano</language>

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            <change>
                <date>27-04-2006</date>
                <respStmt>
                    <name>Marcello Vicidomini</name>
                </respStmt>
                <item>Codifica del racconto apparso nel volume La gente, Einaudi, Torino,
                1993</item>
            </change>
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            <div1>
                <head>UNA DONNA ALTA</head>
                <p>Da qualche parte deve esser scritto - forse in ebraico antico o in sanscrito -
                    che i cani non ragliano e le galline non miagolano, così come gli zoppi non
                    saltano e gli orbi non guidano l'aeroplano. Se sei nato tondo, insomma, neanche
                    un miracolo ti farà morire quadrato. Fin qui può anche andar bene: tutto sommato
                    il cane è contento di abbaiare e l'asino di ragliare.</p>
                <p>La vera complicazione nasce quando la vita, per chi sa quali assurde circostanze,
                    ti offre, per una volta, e su un piatto d'argento, la possibilità di essere ciò
                    che vorresti veramente essere... e tu, incredulo, forse per paura, o forse
                    perché schiavo della sorte, fai del tutto perché il miracolo non si compia. In
                    questo caso si diventa vittime di se stessi: prigionieri del nostro destino, in
                    una furia masochistica, ci precipitiamo a richiudere la porta improvvisamente
                    aperta sull'aria frizzantina della libertà. Ed è la complicità attiva, la
                    colpevole combutta con il proprio destino a rendere malinconica e grigia ogni
                    infelicità.</p>
                <p>Ho deciso di dare pubblicità a un episodio della mia vita affinché possa servire
                    da insegnamento per tutti e non solo per chi, come me, è stato punito dalla
                    natura a non rientrare nell'altezza standard della razza umana. Sono convinto
                    che la mia vicenda è così zeppa di filosofia e di metafore universali, da
                    coinvolgere uomini e donne di ogni statura.</p>
                <p>Il fatto ebbe come teatro l'incantevole città di Urbino, durante un convegno di
                    studi. Ero stato invitato a parlare dei terreni vulcanici. Avevo preparato un
                    intervento sul metasilicato di alluminio e potassio presente in molte zone del
                    Lazio e della Toscana. Stavo seduto al bar con i miei fogli in mano quando,
                    girando pagina, bloccai lo sguardo su due stupende ginocchia - femminili
                    naturalmente - che si erano fermate proprio accanto a me. Mi alzai in piedi
                    quasi per dovere, e il naso mi si arrestò a due palmi da un seno che premeva
                    forsennatamente contro la camicetta bianca. Dovetti sollevare il mento per
                    guardare in faccia quel monumento di ragaza. Non credevo ai miei occhi. Dietro
                    di lei s'era formato un semicerchio di congressisti con gli occhiali in mano,
                    talmente incantati nell'ammirare quella dea dell'Olimpo da non accorgersi della
                    comicità del quadro: io e lei vicini sembravano l'articolo "il", ma con la elle
                    maiuscola, così: iL.</p>
                <p>Appena lei, spedito giù per il lunghissimo esofago un bicchiere d'acqua, si
                    mosse, tutti quei professori, presi dallo spavento, scapparono come scarafaggi
                    per andare a rintanarsi nelle loro stanzette, In effetti Rossella sembrava la
                    statua della Libertà: bella, araldica e minacciosa. In più indossava una gonna
                    stretta e corta cosicché le due gambe si potevano ammirare in tutta la loro
                    scultorea perfezione. La scellerata, oltre tutto, quasi per dispetto, calzava
                    scarpe dai tacchi alti e sottili. E anche il suo seno, che per una ragazza di
                    normale statura avrebbe rappresentato un pesante fardello da portare avanti,
                    piazzato lassù appariva perfino troppo discreto. La vidi uscire dal bar e dopo
                    un po' vidi scomparire anche la sua ombra.</p>
                <p>Il giorno dopo seppi - e quasi svenni dall'emozione - che Rossella era entrata a
                    bere un bicchiere d'acqua proprio per farsi notare da me. Me lo disse lei stessa
                    fermandomi subito fuori dalla sala dei congressi. - Professore! -: è così che mi
                    gelò. Voltai la testa, era lei. Da quanto tempo voleva conoscermi! Aveva letto
                    con sommo interesse i miei studi sulla leucite e sul caolino. Ma l'aveva
                    soprattutto colpita il mio stile di scrittura, "così essenziale e così
                    palpitante, ricco di citazioni colte, cercate fuori dalla mineralogia: nella
                    poesia, nella filosofia, nell'arte". Lì per lì feci fatica acredere che stava
                    parlando di me. La fissavo da sotto i sopraccigli. Volle fare due passi su per
                    le salite dell'antica cittadina. Io, uomo di piccola statura che conosce queste
                    cose, immerso con lei nelle sublimi bellezze di Urbino, mi sperticavo in lodi
                    per la statura artistica e spirituale dei grandi uomini del passato. Si finì per
                    parlare di altezza e di bassezza umana, ma sempre riferendoci all'animo e
                    all'indole delle persone.</p>
                <p>Avevo l'impressione che quei discorsi liberassero Rossella da chi sa quali pesi,
                    perché lei mostrava di apprezzarli più del dovuto. La giovane collega s'era
                    presentata al Convegno con un intervento sulle ultime tecniche di estrazione
                    industriale dell'alluminio dalla bauxite. E ora, tanto dire e fantasticare di
                    cose effimere, stravaganti, così lontane dalla chimica inorganica, di artisti
                    sfaccendati e pazzi, di nobili urbinati decadenti e magalomani, le smuoveva
                    l'immaginazione e la esaltava. E in quell'aria appena sognante che s'era creata
                    fra di noi, le sbocciavano tra le labbra sorrisi di raro candore. In poche
                    parole, per una volta mi sono lasciato andare: approfittando della magia
                    dell'incontro, provai ad innamorarmi un poco di Rossella.</p>
                <p>Qualcuno nel vederci vicini rideva, me ne accorgevo. Ma mi ero intestardito con
                    me stesso e chiudevo gli occhi. D'altra parte, pensavo, Rossella era talmente
                    alta che tutti gli uomini le dovevano apparire bassi. Io per lei non ero tanto
                    più basso degli altri. E poi, devo dire la verità, Rossella sembrava proprio
                    presa da me, mi veniva dietro ovunque andassi.</p>
                <p>Lei stava in un altro albergo, ma era sempre la prima a muoversi. Suonava il
                    telefono della mia camera e il portiere, con tono ammiccante, mi annunciava che
                    la dottoressa era là ad aspettarmi. A pranzo, a cena, la mattina, il pomeriggio,
                    sempre vicini. Tanto è vero che i colleghi cominciarono a guardarmi con occhi
                    diversi da prima. Non riuscivano ad accettare l'idea che quel bel quintale di
                    ragazza si fosse invaghito di me. A turno ci seguivano per controllare se
                    andavamo o no a letto insieme. Non l'avrebbero sopportato.</p>
                <p>Ci ritrovammo nella camera di lei quasi per caso. Tutto accadde con disarmante
                    naturalezza. Anche perché le ore passate di bar in bar o su per le salitelle di
                    Urbino, avevano cominciato presto a riempirsi di frettolosi bacini e di qualche
                    furtiva carezza. Fino a quando, giunti davanti all'albergo di Rossella, non
                    avevamo più occhi che per noi stessi. Lei si fece consegnare la chiave e questa
                    volta, invece di allungarmi la mano per salutarmi, si diresse un po' tremante
                    verso l'ascensore. Entrò e m'aspettò lì.</p>
                <p>Era una camera doppia, oro e avana, con un letto pieno di cuscini, Ma appena la
                    porta si richiuse alle nostre spalle fui investito da problemi nuovi, a cui non
                    avevo pensato. Diciamo da pensieri di carattere tecnico. Niente avrebbe potuto
                    evitare che io fossi costretto continuamente e alternativamente a scegliere tra
                    i baci e il sesso propriamente detto. Una cosa escludeva necessariamente
                    l'altra. I primi baci vennero naturali, anché perché, sdraiati com'eravamo sul
                    letto, la mia bocca e la sua stavano alla stessa altezza. Anche se i miei piedi
                    navigavano tra le sue ginocchia. Ma poi, quando la passione, come sempre fa e
                    come è giusto che faccia, chiese di più, ritardai ogni iniziativa avventurosa
                    per non rompere l'incantesimo con qualche errore grossolano. Così per un tempo
                    che a persone di statura più o meno uguale sembrerebbe spropositato, Rossella e
                    io ci perdemmo nei baci. E mentre ero lì che mi beavo tra quelle lunghe braccia
                    succhiando nettare dalle sue labbra, con un soffio, quasi un sospiro, squillò il
                    telefono. Era il marito di Rossella, chiamava dall'automobile: poche ore e
                    sarebbe giunto in albergo. Una sorpresa.</p>
                <p>Di quell'uomo Rossella non mi aveva mai fatto cenno. E ora, riabbassando la
                    cornetta, non sembrava voler cambiare atteggiamento: si trovava tra le mie
                    braccia e non voleva pensare ad altro. Io provai a chiedere entro quanto tempo
                    sarebbe arrivato il marito. - Non lo so, - fece lei restando a occhi chiusi, -
                    due, tre ore. Ma desso non ci pensare, stringimi forte!"</p>
                <p>L'incantesimo non doveva rompersi. Sarebbe stato un epilogo triste e
                    imbarazzante. Io, quasi piangendo dalla frustrazione, continuavo a coprirla di
                    baci, e con più trasporto di prima. Per qualche ragione oscura volevo prenderla
                    a schiaffi e insultarla. Tuttavia sentivo dentro di me, nella parte più
                    nascosta, più segreta, un sapore di buono. Non capivo cosa fosse, ma ero certo
                    che qualcosa di positivo, di bello si stava muovendo nel mio spirito. Malgrado
                    la sgradevolezza e la violenza della situazione, ero sempre più felice. Di colpo
                    capii di che si trattava: all'origine di quel piccolo dramma il mio metro e
                    sessantadue non c'entrava per niente. Per la prima volta nella mia vita mi
                    trovavo nel cuore di un problema in cui la mia statura non era in gioco.
                    Insomma, in quel momento, avvinghiato a quel corpo di miele, ero oggettivamente
                    uguale a un uomo alto due metri o anche più, magnificamente gettato dentro la
                    più ovvia e quotidiana questione di corna.</p>
                <p>Non vedevo l'ora che arrivasse il marito per scappare come un ladro. La felicità
                    che stavo scoprendo dentro di me mi dette la forza di inorgoglirmi e di
                    mostrarmi offeso. Profondamente offeso. Ripresi i miei abiti, dissi a Rossella
                    di aspettare da sola suo marito e me ne andai a testa alta, sbattendo la porta.</p>
                <p>Più tardi, quando rimasi solo, mi posi questa domanda: "Ma se fossi stato alto
                    due metri, me ne sarei andato così? Avrei così facilmente rinunciato a una
                    ghiottoneria tanto rara e forse anche a una grande storia d'amore che poteva
                    nascere?"</p>
                <p>Amaramente dovetti confessare a me stesso di non essemi comportato da persona
                    alta: l'occasione di sentirmi finalmente l'uomo che ho sempre sognato m'era
                    stata offerta. A Urbino. E io, timorato servo del mio destino, l'avevo
                    rifiutata. Con eleganza, ma l'avevo rifiutata.</p>
            </div1>
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